6 APR 2025
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Storie di briganti fra Romagna pontificia e Granducato di Toscana. Recensione

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Storie di briganti fra Romagna pontificia e Granducato di Toscana. Recensione Storie di briganti fra Romagna pontificia e Granducato di Toscana. Recensione © n.c.
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Pier Luigi Farolfi, cultore di storia locale originario di Portico di Romagna, ha iniziato oltre vent’anni fa a interessarsi della storia del brigantaggio romagnolo nel decennio successivo alla prima guerra d’indipendenza (1848-49). Le sue ricerche si sono svolte presso gli Archivi di Stato della Toscana, prevalentemente in quello di Firenze, e presso gli Archivi romagnoli, fra i quali l’Archivio del Comune di Modigliana e quello della Diocesi di Faenza-Modigliana. Il titolo del libro riprende la definizione di “facinorosi pontifici” coniata dai funzionari statali toscani per identificare i banditi provenienti dallo Stato della Chiesa. L’originalità di questo ponderoso volume (448 pagine stampate con caratteri piccoli) risiede nella profondità e nell’accuratezza della ricerca delle fonti e nella “prospettiva toscana” dello studio, poiché tipicamente i libri sul Passatore e sugli altri banditi romagnoli sono basati in prevalenza su fonti pontificie. L’Autore ha portato alla luce materiale inedito, tra cui molti documenti delle autorità e delle forze dell’ordine del Granducato, in particolare della sottoprefettura di Rocca San Casciano, e atti dei procedimenti penali a carico dei briganti e dei loro fiancheggiatori. Accadeva infatti con frequenza che le bande armate del Passatore, di Lazzarino, di Lisagna sconfinassero dalla Romagna pontificia nella Romagna toscana, sia per trovarvi rifugio e accoglienza, a volte forzata e a volte compiacente, sia per compiere anche in queste terre assalti e ruberie. Le vicende narrate si svolgono quindi prevalentemente nella Romagna toscana, la parte del Granducato compresa nel versante padano dell’Appennino tosco-romagnolo, detta comunemente anche “lo Stato di sopra” per la morfologia alpestre del territorio, e in parte anche nella Romagna pontificia, ovvero le Legazioni di Forlì, Ravenna, Bologna e Ferrara, dette anche “lo Stato di sotto” per le caratteristiche pianeggianti. Il personaggio principale della ricerca è un sacerdote del quale finora poco è stato scritto, don Pietro Valgimigli, soprannominato don Stiffelone, arciprete della parrocchia di San Valentino, fra Tredozio e Modigliana. In un rapporto ‘riservatissimo’ del capo della pubblica sicurezza al sottoprefetto di Rocca San Casciano, don Pietro veniva definito “capace di ogni delitto, spregiatore delle cose più sacre, dedito soltanto allo sfogo delle più brutali passioni”. Nel rapporto si aggiungeva che il sacerdote aveva creato scompiglio in alcune famiglie “coltivando illecite tresche con donne specialmente coniugate, i mariti delle quali tacciono sul proprio disonore per tema d’incorrere nella vendetta inesorabile di quell’uomo temutissimo da tutti”. Ma c’è di più: il prete era ritenuto complice dei banditi. Pellegrino Artusi, nella sua autobiografia, descrisse con precisione i rapporti di don Pietro con il brigantaggio. Il celebre gastronomo autore della Scienza in cucina affermò che la banda del Passatore commetteva le sue rapine prevalentemente nella Romagna pontificia e subito dopo, per far perdere le tracce, andava a rifugiarsi col bottino nella Romagna toscana, dove “il prete Valgimigli le dava ricetto”. Secondo la “voce pubblica”, e secondo lo stesso Artusi, don Stiffelone non si sarebbe limitato al fiancheggiamento dei briganti, ma avrebbe anche partecipato ad alcuni dei colpi che essi organizzavano, fra i quali l’invasione di Forlimpopoli del 25 gennaio 1851. Trovare le prove per mettere in galera il parroco di San Valentino fu però impresa difficile. Solo nel 1858, sparsasi la voce che il sacerdote stesse addirittura organizzando una banda di malviventi per invadere Tredozio, il ministro dell’Interno del Granducato ordinò di procedere al suo arresto. Non essendoci testimoni attendibili che confermassero i capi d’imputazione più gravi, don Pietro fu condannato a soli tre anni di reclusione, che scontò nel carcere delle Murate. Dopo la scarcerazione non ritornò più in Romagna. Un altro sacerdote colpevole di favoreggiamento dei briganti fu il parroco di Querciolano, don Antonio Tassinari, condannato per questo reato a due anni e otto mesi di carcere e a cinque anni di libertà vigilata. Farolfi elenca inoltre, con meticolosa precisione, numerosi altri preti della Romagna toscana che furono riconosciuti responsabili di comportamenti boccacceschi: i parroci di Galeata, San Zeno, Castrocaro, San Michele a Casanova (Firenzuola), Fantella (Premilcuore), San Jacopo in Ontaneta (Rocca), Castagnara (Modigliana), Cannetole (Portico). Questi sacerdoti subirono sanzioni penali e provvedimenti di sospensione a divinis. Se alcune delle piccanti narrazioni delle gesta di questi sacerdoti potranno far sorridere i lettori, tutt’altro effetto avranno le storie delle rapine e dei feroci assassinii compiuti dai briganti. La strage più efferata fu compiuta il 5 aprile 1851 al Casetto di San Carlo, un podere fra Modigliana e Tredozio, dove gli uomini della banda di Lisagna uccisero con armi da fuoco e da taglio Giuseppe Lombardi e tutta la sua famiglia - moglie, figlio, figlia e genero - perché il Lombardi aveva segnalato alle autorità la presenza in zona di uomini della banda. A fronte di gesta efferate come questa, si può ben comprendere quanto grande fosse la preoccupazione degli abitanti per la sicurezza delle persone e delle proprietà, preoccupazione testimoniata dai documenti e dagli appelli indirizzati al governo perché rafforzasse i picchetti di gendarmeria di stanza nei paesi della Romagna toscana, specialmente nei periodi maggiormente a rischio, quelli delle fiere di bestiame, quando circolavano consistenti somme di denaro. Non mancarono le proposte, avanzate per lo più da proprietari terrieri e da funzionari pubblici locali, che il governo armasse a sue spese i contadini residenti per costituire una forza di appoggio temporanea alle gendarmerie. Una rapina che suscitò scalpore e grande allarme fu quella messa a segno all’alba del 15 agosto 1852 nei pressi del podere Razzolo, “un miglio sopra Bocconi andando verso San Benedetto”. Sette briganti, ciascuno armato di fucile a due canne, pistola e coltello, assaltarono un consistente gruppo di commercianti che tornavano in calesse dal mercato di Dicomano e li derubarono di tutto il denaro che avevano. Compiuta la rapina i banditi si allontanarono lasciando a piedi i commercianti; i loro calessi furono poi ritrovati in cima al monte Busca. In seguito all’aggressione di Razzolo il sottoprefetto avanzò richiesta al governo di Firenze di rafforzare la presenza militare nel circondario. Il governo agì tempestivamente e inviò a Rocca una compagnia del reggimento dei Veliti toscani, un corpo militare con caratteristiche analoghe a quelle dei Carabinieri piemontesi, composta da ben settantacinque uomini. Farolfi sottolinea che le strategie di contrasto al brigantaggio decise dalle autorità non furono di semplice attuazione, sia perché i terreni impervi consentivano di sottrarsi facilmente alle perlustrazioni e agli appostamenti delle forze dell’ordine, sia perché i due Stati spesso non riuscivano ad agire con programmi comuni e con spirito di collaborazione, come sarebbe stato necessario. Per di più i banditi godevano, sia nel Granducato che nello Stato della Chiesa, di una rete molto ampia di fiancheggiatori lautamente e regolarmente compensati: “I briganti pagavano uno scudo a testa al giorno per vitto e alloggi e retribuivano con denaro e oggetti ogni altra prestazione, sia gli uomini che procuravano munizioni e armi facendo riparare quelle guaste, sia le donne che provvedevano alla cucina, al vestiario e al bucato”. Fra questi personaggi, definiti comunemente “manutengoli”, ce n’erano anche non pochi che fornivano alle bande le informazioni utili per compiere le loro imprese criminali. Insieme alla pressione militare sul territorio fu quindi necessaria, da parte delle autorità toscane, l’attuazione di un’efficace politica premiale degli informatori, dei collaboratori e dei pentiti, politica che consentì di arrestare e condannare molti complici e fiancheggiatori. Ancor più consistenti i premi in denaro per chi forniva elementi utili per catturare i briganti. Nel 1856 e nel 1857 le azioni di contrasto ai briganti e ai “manutengoli” furono più efficaci. Anche i rapporti fra le amministrazioni dei due stati migliorarono; ne è la prova quel che avvenne nel gennaio del 1857 a Santa Sofia, quando le guardie di quel paese, avendo appreso della presenza in un podere del Lazzarino e di alcuni suoi accoliti, ed essendo in scarso numero, chiesero e ottennero la collaborazione della gendarmeria pontificia del confinante paese di Mortano. Catturato l’11 gennaio dopo un sanguinoso scontro, il Lazzarino, che era un suddito del Papa e aveva commesso la maggior parte dei reati nel territorio delle Legazioni, fu estradato nello Stato della Chiesa e nel mese di maggio fucilato a Bologna insieme a un complice. Eliminati il Lazzarino e la sua banda (altri capi banda erano stati uccisi negli anni precedenti), le indagini furono indirizzate verso le persone che avevano supportato i briganti e ben “quarantacinque individui” del Circondario di Rocca furono arrestati. A quel punto il grosso delle truppe che era stato impegnato nella lotta al brigantaggio poté tornare a Firenze. E’ stato osservato in altre recensioni che il libro sarebbe potuto essere “più snello”. L’osservazione è condivisibile in quanto la ricerca approfondisce anche particolari di scarsa rilevanza. Va tuttavia riconosciuto a questo volume il merito indiscutibile di avere dato risalto a una notevole mole di documenti inediti importantissimi per futuri studi sul brigantaggio, sui rapporti fra gli Stati preunitari e sulla mentalità popolare alla vigilia dell’unità d’Italia. Massimo Ragazzini (da Annali Romagna 2017, supplemento al numero 87 di “Libro Aperto”, rivista di cultura diretta da Antonio Patuelli).  

 

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Commenti 1
  • Piero

    Non viene citato, tra i preti boccaceschi, il famoso don Sculacciabuchi da San Rocco. E' una dimenticanza o cosa?

    rispondi a Piero
    sab 18 febbraio 2017 09:08