
A chiudere il tour de force enoico con cui la Toscana presenta ogni febbraio, attraverso le anteprime, i suoi vini alla stampa internazionale, arriva, dopo i festeggiamenti per i 25 anni dell’Associazione Vini Orcia DOC, la nascita di una nuova associazione.
"Un'altra ancora", avranno pensato alcuni. In effetti, parlando in questi giorni con colleghi giunti da ogni angolo del mondo per le anteprime, pur riconoscendo i nostri vini come autentiche eccellenze mondiali, è emerso qualche problema di comunicazione e identità nel vasto, articolato e variegato panorama del vino toscano. Talvolta unito sotto un’unica bandiera, in altre occasioni frammentato in fazioni distinte.
Ne è un esempio il Consorzio Chianti, che al suo interno si suddivide in sottocategorie come Colli Fiorentini, Senesi, Pisani, ecc. Al contrario, in altri casi si assiste a una parcellizzazione in mille rivoli, spesso difficili da identificare persino per un italiano, figuriamoci per uno straniero. Emblematico, in tal senso, l’evento significativamente denominato "L'Altra Toscana", in cui i consorzi Montecucco, Amiata, Cortona, Vini di Maremma, Chianti Rufina, Terre di Casole e altri si sono presentati in un ensemble variegato.
C’è poi il caso particolare del Valdarno, che ha deciso di procedere autonomamente con una giornata fuori porta. La scelta di una location suggestiva come Il Borro ha senz’altro aggiunto fascino all’evento, ma ha anche spiazzato molti aspiranti degustatori, timorosi di incorrere nei controlli stradali e quindi, loro malgrado, costretti a rinunciare. Una patente vale più di una degustazione, of course.
Consorzi che, mettendo dei paletti rigidi nei loro disciplinari, garantiscono almeno al cronista una lettura precisa dei vini proposti.
Ma oggi in un mondo vitivinicolo che pare rincorrere se stesso e ideali ormai consegnati al passato, dove la realtà è la recessione e le cantine e i magazzini non più vuoti come negli anni delle vacche grasse emerge il "fenomeno" delle associazioni vitivinicole.
Niente di strano ma la necessità per stare sul mercato di permettere ai più piccoli di unire le forze e fare squadra. Questo permette di essere presenti a fiere e manifestazioni, di accedere a linee di finanziamenti e di garantirsi agevolazioni altrimenti impossibili.
Tutto ottimo, solo che per chi non mastica quotidianamente di vino il rischio di confondersi fra consorzi, associazioni, disciplinari, terroir e vitigni è dietro l'angolo.
La neonata associazione dal nome cacofonico Provimu (che altro non è che produzione vini Mugello) nasce sicuramente in quest'ottica di unirsi per contare di più. Prova a farlo sotto la bandiera identitaria di un territorio che è universalmente conosciuto in agricoltura per altro, penso ad esempio ai marroni, alla carne e al latte, ma che vuole oggi dire che anche qui il vino lo si produce da molto tempo a ben sentire il presidente della Toscana Giani che intervenuto in conferenza stampa benedice addirittura origini risalenti a Ugo di Toscana e quindi a prima dell'anno 1000.
Ecco perché partendo da lì, passando poi per i Medici per finire al decreto di Cosimo III il Mugello vuole dire che nel mondo del vino c'è e ci vuole stare. Il fine storico di cose di Toscana Eugenio Giani lo sottolinea ricordando che in quel decreto del 1716 si parlava di quattro zone vocate fra cui il Pomino, anche se a dire il vero è un po' azzardato collocare questo piccolo borgo nel Mugello...
Ma torniamo alla nuova associazione che unisce 17 aziende, 151 ettari di vigneti, 64 etichette in commercio e 192mila bottiglie.
Tra gli associati, che coprono una ampio territorio tra i comuni del Mugello interamente a sud dei valichi appenninici – con appendici extra che "invadono" la Valdisieve con Dicomano, Londa e financo Pontassieve – fino a un’altitudine massima di 1.000 metri a Pietramala nel comune di Firenzuola vi sono anche alcuni nomi noti tra cui la Tenuta di Monteloro della famiglia Antinori. Chissà come avranno presa questa "invasione" quelli del Chianti Rufina viene da chiedersi...
La nuova associazione si presenta anche come paladina del territorio e dell'ambiente dato che il suo presidente Bettini afferma che. “Ci riteniamo custodi del territorio che intendiamo preservare dal dissesto”. Una dichiarazione d'intenti importante che va forse oltre gli scopi dell’associazione, tutti elencati nell’articolo 2 dello Statuto che recita: "migliorare e innalzare la qualità dei prodotti impegnandosi a garantirne una sempre crescente salubrità, preservare la fertilità del suolo, l’equilibrio degli ecosistemi e il rispetto delle biodiversità; condividere la pratica dell’agricoltura etica, sostenibile e per la piena tutela del territorio mugellano e dell’Appennino; dimostrare la vocazione del territorio del Mugello per la produzione di vini di qualità come espressione del territorio; migliorare la qualità dei rapporti umani tra persone che condividono la stessa passione; effettuare scambi di esperienza, degustazioni collettive, partecipare a manifestazioni; valorizzare i prodotti degli associati."
Lo fa affermando che sua maestà è il Pinot Nero - tant'è che a lui così denominato è stato dedicato un capitoletto nella cartella stampa - è il vitigno che dalla alla fine degli anni Novanta del secolo scorso ha fatto svoltare il Mugello enologico. Un vitigno che ben si adatta al territorio e alle "terre alte" e che sta prendendo sempre più piede su tutti i crinali appenninici: dai colli piacentini fino alla Sila calabrese e per fermarsi alla sola Toscana dalla Lunigiana a Cortona. Difficile di conseguenza identificarlo col solo Mugello e per questo la nuova associazione forse per correggere il tiro rassicura che anche il Merlot, il Rebo ed il Teroldego, uve tipicamente acclimatate nelle valli trentine, e tra i bianchi – oltre ai classici Malvasia e Trebbiano gli internazionali Chardonnay, Sauvignon Blanc, Riesling, Traminer, MuellerThurgau e Petit Manseng potrebbero prendere piede. Potrebbero appunto.
Il Pinot nero è quindi una bandierina da sventolare a fasi alterne?
Pare di sì dato che potrebbe non essere il solo vitigno a prendere piede in Mugello (chissà coi cambiamenti climatici come si comporterebbe il Sangiovese) anche se si sottolinea anche che l'associazione stessa ha preso le sue mosse con Appenninia, la vetrina dei vini appenninici che si è tenuta a Vicchio nei due anni passati e che ha nel Pinot Nero il comune denominatore.
In attesa di vedere la crescita dell'associazione e forse con essa delle idee più chiare plaudiamo a una nuova realtà che sicuramente dirà la sua sul mercato. Personalmente a chiusura del mese dedicato ai vini di Toscana un po' di confusione in testa mi rimane e con essa la nausea per parole come qualità, territorio e sostenibilità.